Groucho Marx si dimise da un club esclusivo con una motivazione diventata celebre: «Non voglio appartenere a un club che accetterebbe uno come me come socio».
Leggendo l’ultimo Rapporto CNEL sui giovani italiani all’estero (appena uscito) viene il sospetto che noi abbiamo perfezionato il paradosso di Groucho: formiamo giovani molto bravi, ma poi ci stupiamo se vogliono frequentare un altro club all’estero.
Per anni abbiamo raccontato l’emigrazione dei giovani italiani con un’espressione fortunatissima: fuga dei cervelli.
La parola “fuga” fa pensare a qualcuno che, improvvisamente, prende e se ne va. Un giovane inquieto, cosmopolita, magari anche un po’ ingrato. Ha studiato in Italia, spesso a spese della famiglia e in parte della collettività, e poi eccolo a Londra, Zurigo, Berlino o Amsterdam.
Che ci vuoi fare? I giovani sono fatti così. Vogliono vedere il mondo.
Il nuovo Rapporto CNEL sui giovani expat rende questa consolazione un po’ più difficile.
Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani italiani tra 18 e 34 anni è stato negativo per 441 mila persone. In vent’anni gli italiani residenti all’estero sono passati da 3 milioni agli attuali 6,4 milioni. Tra loro ci sono quasi il 5% dei giovani oggi residenti in Italia. E non stiamo esportando soltanto camerieri stagionali o ragazzi in cerca di avventura. La quota dei laureati tra chi parte è cresciuta fino al 44,2%. Per ogni giovane proveniente da un altro Paese avanzato che viene da noi, ne partono più di quattordici dei nostri.
Il CNEL ha chiesto direttamente ai ragazzi perché se ne sono andati.
Alla domanda sul perché siano partiti, in cima compare una risposta quasi ovvia: i soldi. Quattro giovani su cinque considerano il basso livello delle retribuzioni “estremamente rilevante”. Subito dopo arrivano una cultura del lavoro giudicata arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze.
Però all’estero questi ragazzi non dicono di aver trovato soltanto stipendi migliori. Certo, trovano stipendi migliori. Ma trovano anche carriere più veloci, maggiore autonomia, più attenzione ai risultati. E soprattutto la sensazione che qualcuno abbia intenzione di utilizzare davvero quello che sanno fare.
Dopo anni passati a discutere se la parola “merito” sia di destra, di sinistra, liberale, conservatrice o semplicemente di cattivo gusto, tra i giovani intervistati due su tre indicano una maggiore meritocrazia tra le condizioni che potrebbero favorire il ritorno. E dietro questa richiesta compare il rifiuto di parole come appartenenza, clientelismo, raccomandazioni.
Non chiedono necessariamente l’angolo relax con il biliardino. Chiedono che essere bravi abbia qualche conseguenza. Possibilmente anche economica.
Il Rapporto pone poi la domanda decisiva. Che cosa dovrebbe cambiare per convincervi a tornare?
Di nuovo: retribuzioni più alte. Poi opportunità di lavoro adeguate, conciliazione vita-lavoro, maggiore stabilità, autonomia. Gli incentivi fiscali al rientro vengono considerati utili, ma il Rapporto mette giustamente in guardia dall’idea che possano sostituire tutto il resto.
In altre parole, possiamo anche regalare uno sconto fiscale a chi torna. Ma se poi lo rimettiamo nella stessa organizzazione dalla quale era scappato, abbiamo semplicemente finanziato il viaggio di ritorno.
Una risposta mi ha colpito molto: quasi due terzi degli intervistati dicono che tra cinque anni si vedono dove ci saranno le opportunità migliori. Non necessariamente all’estero. Anche in Italia, quindi, se il nostro Paese fosse capace di offrirle.
Forse questi ragazzi non hanno divorziato dall’Italia. Hanno divorziato da un certo modo italiano di lavorare. Possiamo chiederci quanto paghiamo un giovane qualificato. Quanto tempo gli facciamo aspettare prima di affidargli una vera responsabilità. Se la carriera dipende dai risultati o dalla capacità di stare nel posto giusto vicino alla persona giusta. Se chiediamo autonomia e poi controlliamo l’orario di ingresso. Se proclamiamo la cultura dell’innovazione e poi davanti a un ventottenne con un’idea nuova rispondiamo: “Abbiamo sempre fatto così”.
Io credo che noi dovremmo smettere di domandarci perché i giovani se ne vanno. Ce lo hanno appena spiegato.
Adesso tocca a noi decidere se vogliamo ascoltarli. Oppure continuare a chiamarla “fuga dei cervelli”, che in fondo è molto più comodo.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
