IMMIGRAZIONE, PROBLEMA DIVISIVO

 da HR ONLINE

Un giorno chiesero a Winston Churchill quale fosse la qualità più importante di un leader.

Lui rispose: “La capacità di prevedere cosa succederà domani, la settimana prossima, il mese prossimo e l’anno prossimo”.

“E poi la capacità di spiegare perché non è successo”.

La battuta fa sorridere, ma contiene una verità manageriale piuttosto seria: governare le organizzazioni significa interpretare i segnali deboli del futuro. E tra questi segnali, in Italia, uno dei più evidenti riguarda la demografia e il ruolo della popolazione immigrata.

Il 31° Rapporto sulle migrazioni della Fondazione ISMU, appena uscito, offre alcuni dati che chi si occupa di gestione delle persone nelle imprese farebbe bene a guardare con attenzione. Non tanto per il dibattito politico sull’immigrazione, quanto per le implicazioni molto concrete sul mercato del lavoro, sulla disponibilità di competenze e sulla struttura futura della forza lavoro nel Paese.

Il primo dato riguarda le dimensioni del fenomeno. Al 1° gennaio 2025 gli stranieri residenti in Italia sono 5 milioni e 371 mila, pari al 9,1% della popolazione. Considerando anche i non residenti e gli irregolari, la presenza complessiva sfiora i 6 milioni di persone, il valore più alto mai registrato nella serie storica. Ormai si tratta di una componente strutturale della società italiana, non più di un fenomeno transitorio.

Ma il punto davvero rilevante per le organizzazioni riguarda la dinamica demografica. Negli ultimi dodici anni la popolazione italiana è diminuita di oltre 2,2 milioni di residenti, mentre la popolazione straniera è aumentata di oltre un milione. In altre parole, l’immigrazione ha funzionato come un vero e proprio “ammortizzatore demografico”, attenuando il calo della popolazione complessiva. Le proiezioni ISTAT citate nel rapporto indicano che, tra il 2025 e il 2055, l’Italia potrebbe perdere quasi 8 milioni di persone in età lavorativa; senza il contributo migratorio la perdita supererebbe i 12 milioni.

Per chi gestisce le persone nelle imprese la conseguenza è piuttosto chiara: senza l’apporto della popolazione immigrata il mercato del lavoro italiano diventerebbe rapidamente insostenibile. Non è una questione ideologica, ma aritmetica.

Il secondo dato riguarda la struttura occupazionale dell’immigrazione. Il rapporto evidenzia come gli stranieri continuino a essere concentrati in lavori a bassa qualifica e con limitate prospettive di mobilità professionale. Questa “segregazione occupazionale” riguarda soprattutto settori come agricoltura, edilizia, servizi e lavoro di cura. Un segnale interessante emerge però dai dati sulle acquisizioni di cittadinanza. Nel decennio 2015-2024 sono diventate italiane oltre 1 milione e 600 mila persone, con più di 200 mila acquisizioni all’anno negli ultimi tre anni. Una quota significativa riguarda giovani sotto i vent’anni, cioè seconde generazioni cresciute nel sistema scolastico italiano. Si tratta, di fatto, di una nuova componente della forza lavoro nazionale.

Per il sistema produttivo italiano questo passaggio conta molto più di quanto spesso si riconosca. I dati mostrano che i cittadini naturalizzati hanno livelli di istruzione e posizioni occupazionali intermedi tra italiani nativi e stranieri. Significa che l’integrazione produce nel tempo una progressiva convergenza nelle competenze e nei percorsi professionali.

Infine, c’è un terzo elemento che merita attenzione manageriale: la dimensione familiare. In Italia esistono oggi 2,7 milioni di famiglie con almeno un componente straniero, oltre il 10% del totale. Non si tratta più solo di lavoratori temporanei, ma di nuclei stabilmente inseriti nella società italiana. La presenza di figli, scuola e percorsi di cittadinanza accelera inevitabilmente i processi di integrazione.

Il Rapporto ISMU, letto con lo sguardo di chi guida organizzazioni, racconta dunque una storia molto concreta. L’immigrazione non è solo un tema sociale o politico divisivo: è una delle variabili che determineranno la disponibilità di lavoro, la composizione delle competenze e la sostenibilità demografica del sistema produttivo italiano nei prossimi decenni.

In altre parole, mentre la politica discute se l’immigrazione sia un problema o una risorsa, il mercato del lavoro una risposta l’ha già data. E le imprese lo sanno da tempo.

 

Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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