Le guerre in Medio Oriente e le tensioni internazionali hanno contribuito a riaccendere ostilità e pregiudizi religiosi anche in Italia. Le aggressioni e le intimidazioni nei confronti di ebrei e musulmani mostrano quanto facilmente le responsabilità politiche di alcuni governi vengano attribuite a intere comunità. Queste tensioni possono entrare anche nelle imprese, dove persone di religioni diverse lavorano fianco a fianco e dove i responsabili possono trovarsi costretti ad affrontare conflitti la cui origine è fuori dall’organizzazione. In Francia il problema è ormai entrato stabilmente nell’agenda del management. Secondo il Baromètre du fait religieux en entreprise 2026, pubblicato dall’Institut Montaigne, il 79% dei manager dichiara di incontrare manifestazioni religiose nel proprio ambiente di lavoro, rispetto al 66,7% del 2022. La presenza di comportamenti o richieste legati alla religione non comporta necessariamente situazioni conflittuali. Tuttavia, più della metà delle situazioni rilevate richiede un intervento del responsabile e, in un caso su quattro, quell’intervento provoca tensioni o conflitti. Nel 2013 accadeva nel 6% dei casi. Molte imprese non dispongono di indicazioni specifiche per affrontare queste situazioni. Si finisce così per affidare ai responsabili di linea decisioni delicate senza fornire loro criteri sufficientemente chiari.
Anche in Italia il pluralismo religioso è una realtà consolidata. Secondo il 31° Rapporto sulle migrazioni della Fondazione ISMU, pubblicato nel 2026, tra gli stranieri residenti nel nostro Paese si stimano oltre 1,7 milioni di musulmani, quasi 1,6 milioni di cristiani ortodossi, 182mila buddhisti, 118mila induisti e 94mila sikh. Sono stime riferite alla sola popolazione straniera, non alla totalità dei residenti né ai soli occupati, ma danno la misura della varietà di appartenenze religiose presenti anche nelle nostre imprese. Il tema riguarda anche i pregiudizi culturali: secondo un’indagine del Pew Research Center citata da MIDA, il 33% degli intervistati italiani considera importante l’appartenenza alla religione cattolica per essere riconosciuti come veramente italiani. In ambito lavorativo le differenze religiose possono incidere sui processi di selezione, sui rapporti tra colleghi e sull’esercizio dell’autorità manageriale. Un lavoratore può subire discriminazioni per la propria appartenenza religiosa, un altro può avanzare richieste che entrano in conflitto con le esigenze organizzative o con i diritti dei colleghi. Il rifiuto di riconoscere l’autorità di una responsabile donna, per esempio, pone una questione diversa dalla richiesta di pregare durante una pausa. Una ricerca su 282 contratti collettivi nazionali ripresa dal 31° Rapporto ISMU 2026 mostra che circa 60 di questi contengono richiami espliciti al divieto di discriminazione per nazionalità, religione o orientamento politico, mentre una quarantina prevedono clausole specifiche per favorire l’integrazione e le pari opportunità. Circa il 20% contempla inoltre la possibilità di sostituire alcune festività o usufruire di permessi non retribuiti per celebrazioni religiose diverse da quelle cattoliche. Una ricognizione pubblicata dalla società di consulenza direzionale MIDA nel 2025 documenta inoltre esperienze aziendali di calendari multireligiosi, flessibilità dei turni e spazi destinati alla preghiera o al raccoglimento. Non sappiamo quanto queste pratiche siano diffuse, ma alcune imprese italiane hanno già adottato soluzioni concrete. Alle direzioni aziendali spetta stabilire quali richieste religiose possano essere accolte senza compromettere il funzionamento dell’organizzazione e quali comportamenti siano invece incompatibili con i diritti degli altri lavoratori. La libertà religiosa deve essere tutelata senza che questo comporti deroghe ai principi di parità di trattamento o alle regole fondamentali dell’organizzazione. In assenza di indicazioni aziendali precise, situazioni analoghe rischiano di ricevere risposte differenti a seconda del responsabile coinvolto. Con il risultato di creare nuove discriminazioni proprio mentre si cerca di prevenirle.
