Per generazioni i genitori italiani hanno pronunciato una delle minacce educative più efficaci della nostra storia: «Studia, altrimenti finirai a fare l’operaio».
I figli, evidentemente, hanno preso la cosa molto sul serio. Oggi le imprese cercano operai specializzati e non li trovano. Cercano manutentori, elettricisti, saldatori, meccatronici, installatori.
Nel frattempo, abbiamo troppo pochi laureati, molti giovani che inseguono lavori d’ufficio non sempre particolarmente qualificati e ancora troppi ragazzi che non studiano e non lavorano. Nel 2025 soltanto il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possedeva un titolo di istruzione terziaria. Siamo nelle ultime posizioni tra i Paesi OCSE. Il paradosso è che abbiamo bisogno di più laureati, ma non abbiamo bisogno che tutti vogliano diventarlo. Nelle famiglie italiane resiste un’idea piuttosto tenace della mobilità sociale: il figlio deve studiare per non fare il lavoro dei genitori. Se il padre è operaio, il figlio deve diventare almeno impiegato. Se può, laureato. Il lavoro d’ufficio continua ad avere uno status sociale superiore al lavoro manuale, indipendentemente dal reddito, dalla professionalità richiesta e dalle prospettive.
Nel primo semestre del 2026 le imprese italiane hanno programmato quasi 2,9 milioni di assunzioni e nel 44,8% dei casi hanno denunciato grandi difficoltà nel trovare le persone necessarie. Nel secondo semestre del 2025 la difficoltà di reperimento arrivava al 63,7% per gli operai specializzati. Per gli impiegati era il 32,2%.
In molti casi un ruolo da operaio specializzato offre guadagni e prospettive migliori di molte occupazioni amministrative. Un bravo manutentore industriale possiede una competenza rara. Un impiegato che svolge attività standardizzate, invece, potrebbe scoprire molto presto che una parte consistente del suo lavoro può essere automatizzata. Nelle fabbriche più avanzate un operaio specializzato lavora con robot, sensori, software, sistemi di controllo numerico e strumenti di diagnostica. Usa le mani, certamente. Ma deve usare parecchio anche la testa. Che cosa distingue, sul piano della professionalità, un tecnico di manutenzione che governa un impianto automatizzato da un tecnico che davanti a un computer ne controlla i dati? Perché uno dovrebbe appartenere culturalmente al mondo delle “tute blu” e l’altro a quello dei “colletti bianchi”?
Forse è arrivato il momento di chiederci se abbia ancora senso mantenere nei CCNL la storica distinzione tra operai e impiegati. Avrebbe forse più senso classificare e remunerare le persone per le competenze che possiedono, per la complessità del lavoro e per il valore che producono. Sarebbe anche un modo per indebolire quella gerarchia sociale implicita per cui un laureato che non sa fare nulla dovrebbe comunque “valere” più di un bravo tecnico o di un operaio esperto.
Su questo tema vorrei evidenziare anche un altro paradosso. Abbiamo imprese che non trovano persone e abbiamo ancora troppi NEET. Nel 2025 quelli tra i 15 e i 29 anni erano il 13,3%. Dieci anni prima erano il 25,7%, quindi sarebbe scorretto non riconoscere l’enorme miglioramento. Ma il problema rimane. Una parte di questi giovani potrebbe trovare una strada proprio attraverso una formazione professionale seria, collegata alle imprese e capace di portare rapidamente a un mestiere riconoscibile.
L’orientamento scolastico non può continuare implicitamente a suggerire che i più bravi vadano al liceo e poi all’università, lasciando agli altri gli istituti tecnici e professionali. Se vogliamo rivalutare il lavoro manuale dobbiamo pagarlo per il valore che produce, investirci in formazione, costruire percorsi di crescita e dare riconoscimento agli specialisti. Anche senza trasformarli necessariamente in capi. Credo che dovremmo recuperare una parola che negli ultimi anni abbiamo un po’ dimenticato: mestiere. Avere un mestiere significa saper fare qualcosa che non tutti sanno fare. Può offrire identità, autonomia e spesso anche orgoglio.
Sia chiaro: il titolo è importante. Ma il vero valore del domani risiederà nella capacità di unire il sapere teorico alla concretezza del saper fare.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
