«Un’altra volta affrontai una palude che a prima vista non mi era parsa tanto larga come quando fui a metà del salto. Perciò, librandomi in aria, invertii la direzione verso il punto da cui ero venuto, per prendere una rincorsa più lunga.
Ciononostante, anche il secondo salto fu troppo breve e caddi dentro fino al collo nel fango, a poca distanza dall’altra riva. Senza fallo vi sarei dovuto morire, se la forza del mio braccio, afferrandomi per il codino, non mi avesse estratto dalla melma assieme al cavallo che stringevo forte tra le ginocchia».
Così il barone di Münchausen racconta una delle sue imprese più famose.
Mi è tornato in mente questo episodio rileggendo NEET. Giovani che non studiano e non lavorano, il bel libro di Alessandro Rosina, che utilizza proprio l’immagine del Barone.
In Italia i giovani che non studiano e non lavorano sono ancora più di un milione. Il loro numero è diminuito negli ultimi anni, fortunatamente, ma rimane enorme. Molto più alto che negli altri Paesi europei.
E a me fa tristezza e rabbia. Perché quando parliamo di questi ragazzi sembra quasi sempre che siano nati così. Abbiamo inventato un intero vocabolario per descriverli. Choosy, bamboccioni, sdraiati. Fragili. Poco disponibili al sacrificio. Non hanno voglia di lavorare. Vogliono tutto e subito.
Può darsi che in molti casi sia anche vero. Ma quei ragazzi non sono comparsi improvvisamente a vent’anni. Li abbiamo cresciuti noi. E abbiamo cominciato molto presto.
Il bambino non deve annoiarsi. Mai. Ogni ora della giornata deve essere riempita: scuola, inglese, nuoto, musica, videogiochi, animazione. Se per dieci minuti non sa cosa fare, qualcuno gli mette in mano uno schermo. Eppure, anche annoiarsi, inventarsi un gioco, imparare a stare da soli con sé stessi faceva parte della crescita.
Poi ci sono gli ostacoli. Anche quelli, possibilmente, vanno rimossi. Lo zaino pesa? Lo porta il papà. Ha dimenticato il quaderno? Glielo portiamo a scuola. Ha litigato con un compagno? Telefoniamo ai genitori del compagno. L’allenatore non lo fa giocare? Chiediamo spiegazioni all’allenatore. Prende un brutto voto? Prima ancora di domandarci se abbia studiato abbastanza, cerchiamo di capire in cosa abbia sbagliato l’insegnante.
Abbiamo trasformato la protezione dei figli, sacrosanta, nella pretesa di risparmiare loro qualsiasi frustrazione. E la frustrazione, invece, può essere utile. Serve perdere qualche partita, qualche volta essere esclusi, anche subire qualche piccolo torto. Può essere fondamentale imparare ad aspettare, a desiderare qualcosa senza ottenerla subito, a rispettare le regole.
Poi arriva la scuola. Anche lì, lentamente, abbiamo abbassato le difficoltà. Quest’anno alla maturità è stato promosso il 99,8% degli studenti che hanno sostenuto l’esame. Praticamente tutti. Naturalmente è una buona notizia se significa che la scuola ha portato quasi tutti i ragazzi a raggiungere gli obiettivi previsti. Qualche dubbio, però, è legittimo.
Perché quando andiamo a misurare che cosa gli studenti sanno effettivamente fare, il quadro diventa meno trionfale. I dati INVALSI 2026 ci dicono che alla fine della scuola media soltanto il 57% degli studenti raggiunge risultati almeno adeguati in italiano e il 55% in matematica. Alla primaria, proprio in matematica, quest’anno i risultati sono addirittura peggiorati: in seconda raggiunge il livello base il 64% dei bambini, in quinta il 63%. Dunque, quasi tutti vengono promossi. Ma una parte consistente non raggiunge le competenze che dovrebbe possedere. Forse qualche domanda dovremmo farcela.
Talvolta il meccanismo perdura anche all’università. In un numero crescente di corsi, il libro di testo viene sostituito dalle slide del docente. Parole chiave, frecce, schemi, qualche definizione. E guai se all’esame compare una domanda che non era nelle slide. Persino la mia amata Bocconi sta facendo a meno dei libri di testo. Temo che così avremo degli economisti convinti che le aziende siano solo dei fogli excel. Molti tra quelli che lavorano nei fondi d’investimento già lo credono. Tutti laureati, però.
Da giovane ho combattuto contro una scuola autoritaria e lo rifarei. Ma abbiamo progressivamente confuso l’aiuto con la rimozione delle difficoltà. Crescere significa proprio incontrare qualcosa che non si riesce a fare al primo tentativo. Preparare un esame difficile. Leggere un libro che non si capisce subito. Avere a che fare con un docente che forse ha criteri di giudizio che non condividiamo, ma con cui è necessario convivere perché ha molto da insegnarci.
Poi, però, a vent’anni cambiamo improvvisamente registro.
Il ragazzo protetto fino al giorno prima entra in un mercato del lavoro che di protettivo ha pochissimo. Stage, contratti brevi, stipendi iniziali modesti, selezioni alle quali nessuno risponde, lavori che spesso non hanno molto a che fare con quello che si è studiato. Deve orientarsi tra professioni che a scuola nessuno gli ha spiegato. Cercare un lavoro e ricevere dieci risposte negative. Fare un colloquio e sentirsi dire che hanno scelto un altro. Cominciare con un lavoro che non è quello dei suoi sogni. Eppure, gli abbiamo spiegato per anni che per diventare invincibili basta la passione e una grande forza di volontà.
E qui la stessa famiglia che fino a ieri cercava di rimuovere ogni ostacolo comincia a domandargli: allora, quando ti trovi un lavoro?
Le istituzioni non fanno molto meglio. Abbiamo un sistema di orientamento ancora debolissimo, una distanza cronica tra scuola e lavoro, servizi per l’impiego che troppo spesso non riescono a intercettare proprio chi avrebbe più bisogno di essere cercato. Perché questo è uno degli aspetti più drammatici della condizione dei NEET: più tempo si rimane fuori dai circuiti della formazione e del lavoro, più diventa difficile rientrarvi.
Da questa palude come se ne esce? “Devono darsi da fare.”
Certo che devono darsi da fare.
La responsabilità individuale esiste. A vent’anni non possiamo attribuire ogni insuccesso alla famiglia, alla scuola, allo Stato o al mercato del lavoro. Prima o poi ciascuno deve prendere in mano la propria vita.
Ma noi adulti dovremmo avere almeno il pudore di ricordare come siamo arrivati fin qui.
Per anni abbiamo cercato di eliminare dal loro percorso il rischio, la fatica, l’attesa, la selezione, l’insuccesso. Poi, improvvisamente, li abbiamo messi davanti a uno dei passaggi più difficili della vita e abbiamo detto: adesso arrangiati.
E se non ce la fanno diventano choosy, sdraiati, bamboccioni. NEET. Naturalmente dietro questo acronimo ci sono storie diversissime e sarebbe assurdo pensare che abbiano tutte la stessa origine. Pesano la famiglia e la scuola, ma anche il territorio in cui si nasce, le opportunità che si incontrano e un mercato del lavoro che non sempre aiuta. Metterli tutti nello stesso contenitore è comodo. Ci evita di chiederci come ci siano finiti.
E soprattutto ci consente di attribuire a loro il problema.
Io credo invece che almeno una parte di quella palude l’abbiamo costruita noi.
La famiglia. La scuola. Le istituzioni.
Per anni abbiamo tolto gli ostacoli dalla loro strada.
Adesso pretendiamo che ne escano come il barone di Münchausen: afferrandosi per il codino e tirandosi fuori da soli.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
