LA MAGNIFICA HUMANITAS E IL FUTURO DEL LAVORO

 da HR ONLINE

Chi legge regolarmente questi editoriali sa che quasi sempre comincio con una barzelletta. È una piccola abitudine alla quale sono affezionato. Del resto, persino i santi ci ricordano che il sorriso è una cosa seria e che un po’ di leggerezza aiuta a comprendere meglio la complessità della vita. Questa volta, però, farò un’eccezione come segno di rispetto verso l’istituzione qui richiamata. L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV affronta una questione che riguarda tutti noi in modo molto diretto: quale posto avrà la persona umana nel mondo che stiamo costruendo attraverso la tecnologia?

Può sembrare una domanda astratta. In realtà è una delle questioni più concrete che manager e professionisti delle risorse umane si trovano oggi ad affrontare. Ogni settimana nuove applicazioni di intelligenza artificiale entrano nelle aziende, automatizzano attività, supportano decisioni, modificano processi organizzativi e ridefiniscono competenze professionali. La domanda che accompagna quasi sempre questi cambiamenti è la stessa: quanto aumenterà la produttività? In oltre quarant’anni trascorsi a frequentare aziende di ogni dimensione, devo confessare di aver sentito questa domanda migliaia di volte. Mi è stato chiesto se una nuova tecnologia avrebbe aumentato la produttività, ridotto i costi, migliorato la qualità o accelerato i processi. Assai raramente, però, qualcuno mi ha domandato se avrebbe contribuito a rinforzare la dignità delle persone che lavorano. Eppure, è proprio questa la domanda su cui Leone XIV ci invita a riflettere.

È probabilmente questo l’aspetto che più mi ha colpito della Magnifica Humanitas. L’Enciclica non è un documento contro l’intelligenza artificiale. Anzi, riconosce apertamente le opportunità straordinarie offerte dalle nuove tecnologie nella medicina, nella ricerca, nell’educazione, nella comunicazione e nella produzione. Ma nello stesso tempo rifiuta l’idea che il progresso tecnico possa essere considerato automaticamente un progresso umano. Nel dibattito del ‘900 italiano il tema era già stato posto con forza da Pasolini, ma presto dimenticato. Pier Paolo Pasolini, nei suoi Scritti corsari, richiamava la necessità di una continua distinzione tra i termini “progresso” e “sviluppo”.

La distinzione è molto importante perché ci porta finalmente al cuore del tema che questo libro affronta: l’uomo. È ovvio a tutti che la tecnologia ha consentito l’allungamento della vita media degli individui, cure più avanzate, una qualità della vita materiale molto più alta e maggiore attenzione ai bisogni individuali. È però anche vero che oggi si pongono problemi etici assolutamente inediti, a cui i tradizionali approcci sembrano non essere più adeguati e di fronte ai quali la tecnica è assolutamente terza. Il richiamo è di assoluta attualità e bene ha fatto l’enciclica a ricordare a tutto il mondo la centralità dell’uomo all’interno del dibattito sullo sviluppo del pensiero tecnico. La tecnica non è più soltanto uno strumento che utilizziamo per raggiungere determinati obiettivi. Rischia di diventare il criterio stesso con cui definiamo gli obiettivi. La storia dell’innovazione ci insegna che non tutto ciò che è possibile è necessariamente utile e non tutto ciò che è utile produce automaticamente benessere umano. Questa osservazione appare particolarmente rilevante nel mondo del lavoro. Per oltre due secoli l’innovazione tecnologica ha sostituito progressivamente la forza fisica dell’uomo. Oggi, per la prima volta, ci troviamo di fronte a strumenti che intervengono in attività cognitive che consideravamo esclusivamente umane: analizzare informazioni, produrre contenuti, formulare diagnosi, selezionare candidati, valutare prestazioni, elaborare previsioni e persino suggerire decisioni. La novità dell’intelligenza artificiale consiste nel fatto che essa entra progressivamente negli spazi occupati dal giudizio umano. Quando gli algoritmi iniziano a influenzare decisioni che riguardano persone reali, il problema diventa inevitabilmente organizzativo, sociale ed etico. Le organizzazioni contemporanee dispongono di una quantità crescente di informazioni sui lavoratori. Possono monitorare attività, comportamenti, produttività, tempi di lavoro e modalità di collaborazione con una precisione impensabile fino a pochi anni fa.

Questo genera opportunità straordinarie ma anche un rischio evidente: confondere la persona con la sua rappresentazione digitale. L’essere umano rischia di essere progressivamente ridotto a un insieme di indicatori, metriche e prestazioni misurabili. Gli strumenti digitali consentono di monitorare quasi ogni aspetto dell’attività lavorativa e questo porta spesso a privilegiare ciò che può essere trasformato in indicatore. Ma la qualità di una relazione, la capacità di creare fiducia, l’intuizione, il senso di responsabilità, il coraggio di assumere decisioni difficili o la disponibilità ad aiutare un collega continuano a sfuggire alle metriche. Quando l’efficienza diventa l’unico criterio di giudizio, ciò che non può essere misurato tende progressivamente a perdere valore, anche quando costituisce la parte più autenticamente umana del lavoro. Chi lavora nelle risorse umane conosce bene questo rischio. Da anni cerchiamo strumenti sempre più sofisticati per misurare engagement, performance, clima organizzativo e potenziale. È uno sforzo importante e spesso necessario. Tuttavia, esiste una sottile differenza tra utilizzare gli indicatori per comprendere le persone e utilizzare le persone per alimentare gli indicatori. L’essere umano possiede un valore che precede qualsiasi risultato e che non può essere interamente tradotto in dati. Questa impostazione emerge con particolare forza nelle pagine dell’enciclica dedicate al lavoro. Leone XIV recupera una convinzione che attraversa tutta la tradizione sociale cattolica (e non solo): il lavoro non è soltanto una fonte di reddito. È uno spazio nel quale la persona esercita libertà, creatività, responsabilità e partecipazione alla vita collettiva. Le imprese, per poter essere un soggetto economico vitale, devono essere anche delle comunità sociali coese.

Per questo motivo il dibattito sull’intelligenza artificiale non può limitarsi a discutere quanti posti di lavoro saranno eliminati e quanti ne verranno creati. La questione decisiva riguarda il significato che il lavoro continuerà ad avere per chi lo svolge. Le organizzazioni possono diventare sempre più efficienti senza necessariamente diventare luoghi nei quali le persone trovano riconoscimento, crescita e scopo. L’intelligenza artificiale può aiutarci a risolvere problemi complessi, ma non può dirci perché valga la pena risolverli. Questa responsabilità rimane interamente umana.

L’Enciclica invita inoltre a riflettere sulla distribuzione del potere nell’economia digitale. Per gran parte della storia industriale l’innovazione è stata guidata dagli Stati o da grandi sistemi produttivi nazionali. Oggi il potere tecnologico è sempre più concentrato nelle mani di soggetti privati che controllano dati, algoritmi e infrastrutture digitali. Oggi cinque hyperscaler americani — Amazon, Google, Meta, Microsoft e Oracle — controllano circa il 71% della capacità di calcolo AI mondiale. È una trasformazione che modifica profondamente gli equilibri economici e sociali e che pone interrogativi nuovi sulla governance delle tecnologie. Per chi si occupa di organizzazioni questo significa assumere una responsabilità che va oltre la semplice introduzione di nuovi strumenti. L’intelligenza artificiale non è un fenomeno naturale che evolve autonomamente. Dietro ogni algoritmo vi sono scelte progettuali, interessi economici, modelli culturali e priorità organizzative. Attribuire alla tecnologia una presunta neutralità significa rinunciare a interrogarsi sulle conseguenze delle decisioni che prendiamo.

Un altro aspetto particolarmente attuale riguarda la formazione. Leone XIV insiste sulla necessità di investire nell’educazione come risposta alla rivoluzione digitale. Ma il suo ragionamento va oltre l’aggiornamento delle competenze tecniche. La vera sfida consiste nello sviluppare capacità critiche, senso etico, autonomia di giudizio e comprensione dei processi che governano le nuove tecnologie. In un mondo nel quale l’accesso alle informazioni è sempre più semplice, la differenza non sarà fatta da chi possiede più dati, ma da chi saprà interpretarli meglio. Le organizzazioni avranno bisogno di meno persone capaci di accumulare informazioni e di più persone capaci di attribuire loro un significato.

Vi è infine una riflessione che attraversa l’intera Enciclica e che merita di essere evidenziata. Molte narrazioni contemporanee sull’innovazione sembrano considerare la fragilità umana come un difetto da correggere. L’idea implicita è che la tecnologia possa progressivamente liberarci dai nostri limiti. Questa enciclica propone una visione diversa. La vulnerabilità, il bisogno degli altri, l’incertezza e perfino l’errore non sono anomalie da eliminare. Sono caratteristiche costitutive della condizione umana. Una società che pretendesse di cancellarle rischierebbe di perdere, insieme ai limiti, anche gran parte della propria umanità. A questo proposito il documento pontificio ci impone una domanda cruciale: non che cosa potranno fare le macchine per il genere umano, ma che cosa vogliamo continuare a essere noi per noi stessi. È una domanda che riguarda credenti e non credenti, manager e lavoratori, imprenditori e sindacalisti. Perché il futuro del lavoro non dipenderà soltanto da ciò che l’intelligenza artificiale sarà capace di fare. Dipenderà soprattutto da ciò che noi decideremo di diventare mentre la utilizziamo.

 

 

 

 

 

Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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