La rivincita dei tecnici: perché la scuola italiana deve superare il mito del liceo

 da HR ONLINE

Un ingegnere muore e arriva in paradiso.

È risaputo che gli ingegneri vanno sempre in paradiso. San Pietro cerca nella lista degli arrivi, ma essendo negli ultimi tempi un po’ disorganizzato non trova il nominativo dell’ingegnere.

– Mi dispiace, ma il suo nome non è nella mia lista…

Così, l’ingegnere fa dietro-front e si reca all’inferno, dove riceve immediatamente vitto e alloggio. Dopo un po’ di tempo, stanco di soffrire le pene dell’inferno, l’ingegnere si mette a progettare e realizzare dei miglioramenti.

Con il passare del tempo, l’inferno ottiene la certificazione ISO9001, la ISO14001, un sistema di monitoraggio delle ceneri, aria condizionata, bagni con acqua corrente, scale mobili, rete di telecomunicazioni WiFi e Blackberry tra i vari gironi, programmi di manutenzione programmata, sistema di allarme incendi, termostati digitali ecc. ecc.

Tutto ciò fa sì che l’ingegnere goda di ottima reputazione presso il Diavolo.

Un bel giorno Dio chiama il Diavolo al telefono e, con tono sospettoso, domanda: Come va giù lì all’inferno?

E il Diavolo risponde: Benone! Abbiamo ricevuto la certificazione ISO9001, la ISO14001, un sistema di monitoraggio delle ceneri, aria condizionata, bagni con acqua corrente, scale mobili, banda larga, ecc. Anzi se vuoi mi puoi mandare una e-mail all’indirizzo “ildiavolofelice@inferno.org”. Non vedo l’ora di scoprire la prossima sorpresa dell’ingegnere!

– COSA?! Avete un ingegnere all’inferno??? Ma è un errore, non sarebbe mai dovuto arrivare lì! Gli ingegneri vanno sempre in paradiso, devi mandarlo su da me!!!

– Nemmeno per sogno! Ci sta benissimo un ingegnere nella mia organizzazione…. rimarrà eternamente con me.

– Mandamelo immediatamente o … TI PORTO IN TRIBUNALE!!

E il Diavolo, con una formidabile risata, risponde:

– Ah sì?? …solo per curiosità…. e DOVE pensi di trovare un avvocato?

Per molti anni il sistema scolastico italiano ha coltivato una gerarchia implicita tanto diffusa quanto raramente dichiarata: da una parte il liceo, percepito come il percorso nobile destinato a chi avrebbe proseguito gli studi universitari; dall’altra gli istituti tecnici e professionali, spesso considerati una scelta residuale o di ripiego. È dentro questo schema culturale che si inserisce la riforma della formazione tecnica e professionale sostenuta dall’attuale ministro Valditara, il cui obiettivo dichiarato è restituire centralità a percorsi che, in un Paese manifatturiero come Italia, dovrebbero rappresentare una leva strategica per la crescita economica e l’occupazione qualificata.

Prima di entrare nel merito, è necessario premettere che io scrivo da ignorante del tema. Non sono un esperto di didattica e non ho mai insegnato in un Itis. Questo non è un ambito di dibattito politico e men che meno partitico. Tra i miei 18 lettori ve ne saranno sicuramente alcuni molto più esperti di me in grado di dare giudizi assai più articolati e profondi del mio.

Il mio desiderio è solo non far passare sotto silenzio un tema che tocca moltissimo chi si occupa di persone nelle organizzazioni e vede da anni perpetrarsi alcuni paradossi senza che nessuno faccia nulla. Ricordo a tutti il più evidente. Unioncamere segnala che più del 45% delle posizioni aperte nel mercato del lavoro non riescono a chiudersi, mentre abbiamo una disoccupazione giovanile che supera il 17% e più di un milione di neet, con un tasso di occupazione che ci vede ultimi in Europa. È noto che le posizioni più introvabili sono gli operai qualificati, i tecnici qualificati e i profili STEM.

Benissimo tutte le critiche a ipotesi di riforma, ma qualcosa va fatta e va fatta urgentemente.

Da questo punto di vista, l’intenzione del ministro dell’istruzione mi sembra condivisibile. L’economia italiana continua a esprimere una domanda consistente di profili tecnici intermedi e avanzati che il sistema formativo fatica a soddisfare. Le imprese cercano manutentori industriali, specialisti della meccatronica, tecnici dell’automazione, figure esperte di energia, logistica, costruzioni innovative e digitale applicato ai processi produttivi. In molti territori la distanza tra ciò che le aziende richiedono e ciò che la scuola produce è diventata un problema strutturale. In questo contesto, rafforzare l’istruzione tecnica non è una concessione al mondo imprenditoriale, ma una necessità nazionale.

La riforma muove dunque da una diagnosi corretta: occorre superare il pregiudizio che assegna maggiore dignità ai percorsi teorici rispetto a quelli tecnologici e professionalizzanti. Nei sistemi più competitivi d’Europa, come Germania, Svizzera e Austria, la formazione tecnica è da tempo uno dei pilastri dello sviluppo industriale. Non è vissuta come una seconda scelta, ma come una strada autorevole, selettiva e ricca di opportunità. L’Italia arriva tardi a questa consapevolezza, ma il cambio di paradigma è indispensabile.

Detto questo, ogni riforma scolastica si misura non sulle dichiarazioni di principio, bensì sulla capacità di incidere nella realtà. Ed è qui che emergono, a mio avviso, i limiti potenziali dell’intervento. Modificare l’architettura dei percorsi o renderli più rapidi può avere un valore simbolico e organizzativo, ma non basta se non si affrontano i nodi che da anni frenano l’efficacia dell’istruzione tecnica.

Il primo riguarda la qualità dell’insegnamento. Le tecnologie cambiano con una velocità molto superiore a quella con cui tradizionalmente si aggiorna la scuola. Non è sufficiente introdurre nuove materie se poi vengono insegnate con metodologie datate o da docenti lasciati soli rispetto all’evoluzione dei settori produttivi. Servirebbe un grande piano nazionale di aggiornamento professionale, capace di mettere gli insegnanti in contatto stabile con imprese, università e centri di innovazione.

Il secondo nodo è infrastrutturale. Molti istituti tecnici italiani lavorano con laboratori insufficienti, attrezzature obsolete o spazi non coerenti con gli standard produttivi contemporanei. Parlare di automazione avanzata o manifattura digitale in ambienti inadeguati rischia di produrre un paradosso educativo. La credibilità della riforma dipenderà anche dalla capacità di investire risorse vere, non episodiche, su macchinari, software, officine didattiche e ambienti di apprendimento moderni.

Un terzo aspetto riguarda l’orientamento. Ancora oggi migliaia di ragazzi scelgono la scuola secondaria superiore sulla base di stereotipi familiari, mode sociali o informazioni frammentarie. Se il percorso tecnico vuole attrarre talenti motivati, deve essere raccontato per ciò che è realmente: una via esigente, concreta, ricca di sbocchi e non priva di possibilità di crescita universitaria e manageriale. Senza un orientamento serio già nella scuola media, continueranno a prevalere scelte inconsapevoli e successivi abbandoni.

C’è poi il tema del rapporto con il sistema produttivo. La collaborazione tra scuole e imprese non può ridursi a iniziative sporadiche o protocolli formali. Deve tradursi in progettazione condivisa dei curricula, esperienze formative coerenti, docenze esterne qualificate e osservazione costante dei fabbisogni professionali emergenti. Dove questa relazione funziona, i risultati occupazionali migliorano sensibilmente. Dove resta burocratica, non lascia tracce.

Infine, esiste un rischio culturale da evitare: trasformare l’istruzione tecnica in semplice addestramento al lavoro immediato. Sarebbe un errore grave. Il tecnico del futuro dovrà saper utilizzare strumenti digitali avanzati, ma anche comprendere testi complessi, lavorare in gruppo, comunicare efficacemente, leggere dati, conoscere almeno una lingua straniera e adattarsi a professioni che oggi ancora non esistono. Senza una solida formazione generale, la competenza tecnica invecchia rapidamente.

La riforma proposta da Giuseppe Valditara coglie, dunque, un punto decisivo: l’Italia non può permettersi di marginalizzare il sapere tecnico. Ben venga quindi un primo passo che vada in questa direzione. Ma per trasformare questa intuizione in risultati serviranno investimenti consistenti, continuità politica e una visione meno ideologica della scuola. Il vero obiettivo non è scegliere tra cultura umanistica e cultura industriale, tra teoria e pratica, tra liceo e istituto tecnico. La sfida è costruire percorsi di pari dignità, diversi nella vocazione ma ugualmente capaci di formare persone competenti, libere e pronte ad affrontare un mercato del lavoro in continua trasformazione. Solo allora la riforma potrà dirsi davvero compiuta.

 

 

 

Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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