Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha offerto segnali che, a una lettura superficiale, sembrano confermare una fase di consolidamento strutturale. I più recenti dati ISTAT indicano un tasso di occupazione pari al 62,6% e un tasso di disoccupazione al 5,7%:i valori migliori degli ultimi vent’anni. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro nell’Unione Europea ha raggiunto il 75,9 % nel terzo trimestre 2025 e la disoccupazione si è stabilizzata attorno al 6%.
Anche la dinamica contrattuale appare coerente con questa narrazione: nell’ultimo triennio gli occupati a tempo indeterminato sono aumentati di oltre 1,3 milioni di unità, cresce il lavoro autonomo, mentre i contratti a termine diminuiscono di circa mezzo milione. Tuttavia, quando questi indicatori vengono scomposti per età e genere, emerge un quadro profondamente diverso, che rende il caso italiano un laboratorio avanzato delle tensioni che attraversano oggi tutte le economie mature.
La crescita dell’occupazione è infatti interamente attribuibile alle fasce di età più elevate. Negli ultimi vent’anni l’aumento degli occupati riguarda esclusivamente gli over 50, che crescono di circa 5 milioni di unità, mentre le coorti più giovani rimangono sostanzialmente stagnanti o in contrazione. Questa dinamica è direttamente legata all’innalzamento dell’età pensionabile, che ha prolungato la permanenza nel mercato del lavoro delle generazioni più anziane senza che vi sia stato un rafforzamento simmetrico dei flussi in ingresso. Anche il miglioramento della disoccupazione giovanile va letto con cautela: dal picco storico del 43,4% registrato nel gennaio 2014 il tasso si è ridotto, ma negli anni successivi alla pandemia si è stabilizzato su valori compresi tra il 20 e il 22%, rimanendo strutturalmente elevato e incompatibile con un vero riequilibrio generazionale (il 15% in UE).
Una selettività analoga caratterizza la partecipazione femminile. Negli ultimi vent’anni l’occupazione delle donne under 35 è diminuita in modo significativo, passando da 3,2 milioni nel 2004 a 2,2 milioni nel 2024. L’aumento dell’occupazione femminile si concentra invece esclusivamente nelle classi di età più alte: le donne over 50 passano da 10,4 a 14,2 milioni nello stesso periodo, ancora una volta per effetto delle riforme previdenziali. Ne deriva un paradosso solo apparente: l’occupazione cresce, ma lo fa attraverso una permanenza più lunga delle stesse persone, non grazie a un ampliamento delle opportunità di accesso al lavoro.
Oggi i lavoratori tra i 55 e i 65 anni sono 5,3 milioni e rappresentano circa il 23% della popolazione attiva. Questo dato segnala una trasformazione strutturale del mercato del lavoro, che diventa ancora più critica se proiettata nel medio periodo. A parità di regole pensionistiche e di tassi di rimpiazzo, entro i prossimi dieci anni il sistema produttivo italiano è destinato a perdere circa 4,3 milioni di addetti, pari al 18,3% della forza lavoro complessiva. Il ricambio generazionale attenua solo parzialmente l’impatto dei pensionamenti e non è in grado di compensarlo pienamente.
La demografia rende questo scenario difficilmente reversibile. La popolazione italiana è in diminuzione dal 1964 e l’indice di vecchiaia ha raggiunto quota 208, con 208 persone over 65 ogni 100 giovani sotto i 15 anni. A livello globale, solo il Giappone presenta un valore più elevato. In questo contesto, l’occupazione dei senior non può più essere interpretata come un effetto collaterale delle politiche previdenziali, ma come una variabile strategica da cui le imprese sono già, di fatto, strutturalmente dipendenti. La continuità operativa, la trasmissione del know-how e la stabilità dei processi produttivi si reggono sempre più su una forza lavoro matura, spesso gestita con strumenti organizzativi progettati per un mercato del lavoro che tende a scomparire. Il rischio, per le imprese, non è tanto quello di “trattenere troppo a lungo” i senior, quanto di non riprogettare per tempo ruoli, carriere e modalità di lavoro in un sistema che, nel prossimo decennio, non potrà permettersi una loro uscita non governata. In un mercato del lavoro che invecchia più velocemente delle organizzazioni, il vero rischio per le imprese non è trattenere troppo a lungo i senior, ma scoprire troppo tardi di non poter fare a meno di loro.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
