L’ANEDDOTO DELL’UOMO CHE MISURAVA IL DISORDINE

 da HR ONLINE

Si racconta di un uomo che usciva di casa ogni giorno con un piccolo taccuino nero. Diceva di essere un “raccoglitore di disordine”. Non pretendeva di metterlo a posto, ci mancherebbe — era una persona seria — ma almeno voleva catalogarlo. Annotava il rumore improvviso di un clacson, la curva sbagliata di un marciapiede, l’ombra storta di un lampione e, soprattutto, quei comportamenti umani che sembrano logici solo a chi li compie.

Un giorno un signore lo fermò e gli chiese: “Ma perché dedica tutto questo tempo a studiare il disordine?”

L’uomo gli rivolse un sorriso cortese, ma affilato come un bisturi: “Perché è l’unica cosa che in questo paese cresce senza bisogno di incentivi.”

Il passante rimase senza parole, e l’uomo annotò anche quello: “silenzio imbarazzato prodotto da verità sgradita”.

Poi proseguì, tranquillo, pronto a registrare l’ennesima incongruenza del mondo, convinto che solo chi osserva davvero il disordine meriti la speranza di riconoscere, un giorno, un frammento di armonia.

È difficile trovare immagine più efficace per introdurre la fotografia dell’Italia che emerge dal Rapporto Censis 2025, un Paese che avanza tra resilienza e affaticamento, mentre qualcuno — con o senza taccuino — tenta ancora di comprenderne proporzioni, silenzi e deformazioni.

Ogni anno il Rapporto Censis restituisce l’immagine di un Paese in cui la realtà statistica si intreccia con una narrazione collettiva fatta di speranze, vulnerabilità e trasformazioni profonde. L’edizione 2025 non fa eccezione, anzi, accentua la percezione di un’Italia che procede lungo una soglia sottile: da un lato la resilienza che storicamente la contraddistingue, dall’altro un senso diffuso di spossatezza sociale che sembra insinuarsi nelle pieghe della vita quotidiana. I numeri del Rapporto, lungi dall’essere semplici indicatori, compongono un affresco in cui economia, demografia, lavoro e cultura convergono in un’unica grande domanda sul futuro del Paese.

Il Censis segnala come l’Italia sia attraversata da un rallentamento strutturale che coinvolge crescita economica e produttività. Nel biennio 2023-2024, le ore lavorate sono aumentate del 5,3 per cento mentre il Pil è cresciuto solo dell’1,7 per cento, producendo un evidente disallineamento tra impegno e risultato, sintomo di un sistema che fatica a trasformare l’energia operativa in valore aggiunto. Questo scarto racconta molto più di un fenomeno economico: descrive un modello produttivo che continua a espandersi in estensione, senza riuscire a compiere il salto qualitativo che altri Paesi europei hanno intrapreso con decisione. Il dato, apparentemente tecnico, ha in realtà una risonanza culturale, poiché riguarda il modo stesso in cui il lavoro è organizzato, percepito, finalizzato.

Accanto ai profili economici, il Rapporto consegna il quadro ormai consolidato di un’Italia che invecchia. La crescita occupazionale registrata negli ultimi anni è dovuta in larga parte ai lavoratori con più di cinquant’anni, che rappresentano oltre l’84 per cento dei nuovi occupati. La componente giovanile, invece, continua a ridursi e a mostrare segnali di crescente inattività, confermando la presenza di un sistema che fatica a inserire efficacemente i giovani nel circuito produttivo. Questo fenomeno non solo altera la struttura demografica del lavoro, ma incide anche sulla capacità del Paese di rinnovare competenze, alimentare innovazione e garantire continuità generazionale nei processi organizzativi.

Il Rapporto dedica inoltre attenzione alla condizione economica delle famiglie, evidenziando il persistere di un potere d’acquisto indebolito rispetto ai livelli pre-crisi del 2007. Mentre l’inflazione rallenta, la percezione di fragilità resta diffusa, soprattutto nel ceto medio, che avverte una riduzione della propria capacità di fronteggiare imprevisti e di progettare a medio termine. Si tratta di una vulnerabilità che non riguarda soltanto i bilanci domestici, ma il senso stesso di stabilità su cui si erano tradizionalmente fondate le aspettative sociali.

L’aspetto culturale rappresenta un ulteriore snodo interpretativo del Rapporto. Il Censis osserva un diffuso indebolimento della fiducia nelle istituzioni e una progressiva disintermediazione nei processi decisionali, con individui che tendono a ritirarsi in strategie di autoprotezione piuttosto che partecipare a dinamiche collettive. Questo atteggiamento contribuisce a una sorta di immobilismo psicologico che si affianca a quello economico, generando un clima in cui il futuro viene percepito come incerto e difficilmente governabile. È una condizione che non si manifesta attraverso episodi clamorosi, ma attraverso microsegnali quotidiani che, sommati, delineano una società stanca e al tempo stesso desiderosa di ritrovare un orientamento condiviso.

Un posto centrale, sebbene distribuito trasversalmente nei vari capitoli, è occupato dal lavoro, che il Rapporto interpreta come campo di tensione tra trasformazioni globali e inerzie locali. La crescita dell’occupazione, pur significativa, si accompagna a un aumento della precarietà percepita e della povertà lavorativa, mentre il mismatch tra competenze disponibili e competenze richieste continua a rappresentare uno degli ostacoli più rilevanti allo sviluppo. Il lavoro appare così come un terreno ambivalente: da un lato offre ancora una solida base identitaria, dall’altro non sempre è in grado di garantire sicurezza, prospettiva e riconoscimento.

Proprio qui, nella dialettica tra lavoro e futuro, si trova l’interrogativo più urgente per chi opera nelle organizzazioni. Il Rapporto Censis suggerisce implicitamente che la vera sfida non sia soltanto quella di correggere gli squilibri demografici o di colmare il divario tra competenze e bisogni produttivi, ma piuttosto di restituire al lavoro un significato coerente con le aspettative contemporanee. In un Paese in cui l’occupazione cresce grazie ai lavoratori maturi e in cui i giovani faticano a intravedere percorsi professionali stabili, diventa decisivo immaginare modelli di gestione che integrino formazione continua, valorizzazione dell’esperienza, rinnovamento culturale e attenzione alla qualità delle condizioni lavorative. In altre parole, la domanda che il Censis sembra consegnare alle imprese riguarda la capacità di fare del lavoro non un semplice contenitore di attività, ma un dispositivo di senso, capace di orientare le persone, rafforzare la loro fiducia e sostenerne l’evoluzione professionale in una fase storica in cui la stabilità appartiene più al desiderio che alla realtà.

 

Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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