Diogene di Sinope, padre della scuola cinica, stava cenando con un piatto di lenticchie. Passa di lì Aristippo, fondatore della scuola cirenaica, filosofo edonista ma anche abile cortigiano, noto per aver accumulato ricchezze grazie ai suoi ottimi rapporti con i potenti e con il tiranno di Siracusa. Vedendo quella cena frugale, Aristippo lo apostrofò: «Caro Diogene, se tu imparassi ad essere ossequioso con il re, non dovresti nutrirti di questa robaccia». Senza alzare lo sguardo, Diogene rispose: «Caro Aristippo, se tu avessi imparato a vivere di lenticchie, non dovresti vivere adulando il re».A oltre duemila anni di distanza, la disputa tra il cinico e l’edonista non è affatto sopita. Si è solo spostata: dai portici di Atene agli uffici, alle start-up, alle multinazionali. Cosa vuol dire, oggi, avere successo? Cosa significa fare carriera?La carriera è un concetto sfuggente, un contenitore in cui ciascuno di noi riversa la propria idea di autorealizzazione. Storicamente, l’immaginario collettivo l’ha narrata come una scalata verticale. In questo paradigma, il successo è un’ascensione scandita da promozioni, titoli, prestigio e, in ultima analisi, potere. Chi abbraccia questa logica vede nel lavoro una strada verso il comando: il controllo delle risorse, l’influenza sulle decisioni, il consolidamento dello status. Ogni gradino della gerarchia è percepito come una garanzia di sicurezza e una rendita di posizione sociale. È la visione di Aristippo: il successo si ottiene sedendosi al tavolo del re.
Tuttavia, le macerie delle recenti crisi globali e l’evoluzione dei valori hanno fatto emergere una contro-narrazione. Oggi si sta affermando l’idea che la carriera non debba essere per forza una scalata verso l’alto, ma possa essere uno sviluppo orizzontale, o persino interiore. In questo nuovo paradigma, l’obiettivo non è ottenere potere sugli altri, ma guadagnare la sovranità sulla propria vita. La carriera diventa un percorso di espansione delle possibilità, un mezzo per acquisire competenze che aprono strade e permettono di scegliere senza ricatti. Al centro non c’è più l’individuo come ingranaggio di un sistema, ma come architetto del proprio tempo. È la visione di Diogene: il successo è non aver bisogno del re.
Queste due anime non sono solo filosofiche, ma dettano comportamenti quotidiani radicalmente opposti. Chi insegue il potere verticale tende a privilegiare la visibilità, sacrificando spesso la vita personale sull’altare del “primo che arriva”. La dedizione diventa totalizzante, e il metro di giudizio è l’ammirazione altrui. Chi, al contrario, insegue la libertà orizzontale, è disposto a rinunciare a un titolo pomposo pur di non svendere il proprio tempo, cercando nel lavoro un significato (il cosiddetto purpose) più che una poltrona.
Ovviamente, queste due visioni non si escludono a vicenda. Molti cercano un equilibrio, aspirando a una crescita che unisca il riconoscimento sociale alla qualità della vita. Ma è innegabile che il vento stia cambiando. Le nuove generazioni, in particolare, sembrano aver perso l’appeal per la liturgia del successo tradizionale. Fenomeni come le “grandi dimissioni” o la ricerca ossessiva di flessibilità non sono pigrizia, ma la rivendicazione di un nuovo diritto: quello di non dover scegliere per forza tra la realizzazione professionale e la felicità personale.
Il successo, in fondo, non è un monolite scolpito nella gerarchia aziendale. È la capacità di costruire una vita in armonia con i propri valori, che essa si svolga in un ufficio d’angolo o in un co-working itinerante.
Il vero traguardo non è scegliere tra l’ambizione e la rinuncia, ma capire chi sta tenendo in mano il nostro destino. Come intuì mirabilmente Theodor Adorno: “La libertà non sta nello scegliere tra il bianco e il nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
