Non bisogna essere marxisti per leggere Il Capitale. Come non bisogna essere liberali per apprezzare La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. I grandi testi non chiedono adesione: chiamano al confronto. Costringono a pensare, indipendentemente dalle convinzioni pregresse del lettore. Credo che questo sia il modo migliore per leggere anche la Magnifica Humanitas di Leone XIV. Io l’ho fatto: il testo ci propone una riflessione profonda sull’uomo, sul lavoro e sulla tecnologia. Oggi il dibattito sul futuro del lavoro e sull’intelligenza artificiale è dominato da ingegneri, economisti e giuristi. Forse era inevitabile. Ma sorprende che una delle riflessioni più radicali sul futuro del lavoro sia arrivata non da un laboratorio della Silicon Valley, ma dal Vaticano.
Il motivo è semplice. Quasi tutte le analisi sull’intelligenza artificiale partono dalla stessa domanda: che cosa sarà capace di fare la tecnologia? Ci chiediamo quali professioni scompariranno, quali competenze diventeranno indispensabili, quanto crescerà la produttività, come cambieranno i modelli organizzativi. Sono domande legittime. Leone XIV, però, cambia la domanda. La questione decisiva non è ciò che le macchine sapranno fare, ma ciò che l’uomo rischia di diventare mentre le utilizza. Riconosce, senza esitazioni, le enormi opportunità offerte dall’innovazione, ma rifiuta l’idea – oggi quasi data per scontata – che ogni progresso tecnologico coincida automaticamente con un progresso umano. La tecnica, ricorda il Pontefice, è un prodotto dell’intelligenza dell’uomo e, come ogni strumento, può essere utilizzata in modo differente secondo la nostra volontà. Il problema, quindi, è il progetto di uomo e di società nel quale la tecnologia viene inserita. Per spiegare questa idea, Leone XIV ricorre a due racconti biblici.
Il primo è la torre di Babele. Gli uomini decidono di costruire un edificio così alto da toccare il cielo. Vogliono dimostrare di essere capaci di tutto. All’inizio parlano tutti la stessa lingua, lavorano come un unico immenso cantiere, condividono un solo progetto. Tutto sembra funzionare alla perfezione. Ma, con il crescere della sfrenata ambizione umana, il progetto si incrina. Secondo il racconto biblico, Dio confonde le loro lingue. Gli uomini continuano a guardarsi, ma senza capirsi. Il cantiere si ferma, la torre rimane incompiuta e quel popolo, che voleva diventare invincibile, si disperde.
L’altra immagine è sicuramente molto meno spettacolare. Nel 586 a.C., a causa dell’infedeltà del regno di Giuda, il Re babilonese invade Gerusalemme, distrugge le fortificazioni e deporta la maggior parte della popolazione. Gerusalemme è una città distrutta. Neemia, il Governatore della Giudea, arriva di notte, percorre in silenzio le rovine, osserva e misura i danni. Poi fa una cosa inaspettata. Convoca la comunità e affida a ogni famiglia un tratto di mura da ricostruire. Ognuno lavora al proprio pezzo, sapendo però che quel pezzo acquista significato soltanto perché si unisce a quello degli altri. Mattone dopo mattone, la città torna a vivere, ma grazie alla cooperazione di tutti.
Sono due immagini contrapposte. Da una parte una società convinta che ogni limite possa essere superato e che ogni problema abbia una soluzione tecnica. Dall’altra una comunità che ricomincia proprio dal riconoscimento della propria fragilità e dalla consapevolezza che nessuno può costruire il futuro da solo. I Greci avevano una parola precisa per descrivere questa illusione: hybris. Era la tracotanza di chi pretendeva di oltrepassare il limite umano, convinto di poter diventare simile agli dèi. Prima o poi quella superbia veniva immancabilmente punita. Il mondo occidentale vive immerso in una cultura che ci invita continuamente ad andare oltre: oltre ai vincoli, oltre alle prestazioni precedenti, oltre perfino alla nostra stessa natura biologica. L’intelligenza artificiale alimenta questa promessa.
Leone XIV propone, invece, la prospettiva opposta. Il limite ci ricorda che abbiamo bisogno degli altri, che non siamo onnipotenti e che proprio per questo dobbiamo costruire relazioni, comunità e responsabilità condivise. Babele nasce dall’illusione di poter cancellare ogni limite. Gerusalemme, invece, rinasce proprio quando un popolo accetta la propria vulnerabilità e decide di trasformarla in collaborazione.
Anche le imprese costruiscono ogni giorno la propria torre di Babele quando inseguono l’illusione che tutto possa essere previsto, controllato, misurato e ottimizzato. Ogni nuova tecnologia promette processi più efficienti, decisioni più razionali, organizzazioni più veloci. Oggi l’intelligenza artificiale sembra portare questa promessa a un livello mai conosciuto prima. Per oltre due secoli la tecnologia ha progressivamente sostituito la forza fisica dell’uomo. L’intelligenza artificiale rappresenta una discontinuità storica, perché interviene nelle attività cognitive. Per la prima volta uno strumento artificiale ci suggerisce quali decisioni prendere. È questa la domanda che attraversa tutta l’enciclica: che cosa rischiamo di diventare noi?
Non c’è nulla di sbagliato nel misurare. Le organizzazioni hanno sempre avuto bisogno di indicatori. Il rischio nasce quando, quasi senza accorgercene, finiamo per attribuire valore soltanto a ciò che riusciamo a misurare. Le organizzazioni sono comunità di persone che rispondono a logiche e dinamiche spesso anche irrazionali. Per gestirle spesse volte servono qualità che sfuggono ad ogni algoritmo. Il coraggio di assumersi una responsabilità impopolare. L’autorevolezza che induce gli altri a seguire una decisione difficile. La fiducia costruita negli anni. L’intuizione che permette di cogliere un’opportunità quando tutti i dati suggeriscono prudenza. Chiunque abbia trascorso del tempo dentro un’azienda sa che sono queste, molto più dei KPI, le energie invisibili che tengono insieme un’organizzazione.
C’è un altro aspetto della Magnifica Humanitas che merita attenzione. Ogni innovazione modifica gli strumenti con cui lavoriamo. Alcune innovazioni, però, modificano anche i rapporti di forza tra le persone, tra le organizzazioni e perfino tra gli Stati. Per la prima volta nella storia contemporanea, una quota crescente del potere economico, informativo e decisionale si concentra nelle mani di un numero ristretto di imprese private che controllano dati, infrastrutture digitali e algoritmi. Ogni volta che un’impresa introduce un sistema di intelligenza artificiale sta delegando una parte delle proprie decisioni a un modello costruito altrove. E, insieme alle sue funzionalità, accetta inevitabilmente anche i criteri con cui quel modello interpreta la realtà. La domanda che dobbiamo porci è:
chi risponde delle decisioni aziendali quando il giudizio viene progressivamente delegato alla macchina?
Per decenni il management ha cercato di distribuire la responsabilità, responsabilizzando le persone, sviluppando autonomia, costruendo organizzazioni meno gerarchiche. L’intelligenza artificiale rischia, paradossalmente, di invertire questo percorso perché sposta il baricentro delle decisioni verso sistemi sempre meno trasparenti e sempre più difficili da comprendere. È una forma di accentramento silenzioso del potere che si presenta con il volto rassicurante dell’efficienza. Leone XIV non invita ad avere paura della tecnologia, ma ad avere il coraggio di governarla. Occorre saper discernere, riconoscere che situazioni apparentemente simili possono richiedere decisioni diverse. Significa accettare che nessun algoritmo potrà mai sostituire quella combinazione di esperienza, prudenza, intuizione e responsabilità che caratterizza il buon giudizio umano. Ma ogni organizzazione vive inevitabilmente della capacità di adeguare le regole alle differenti situazioni concrete che si presentano ogni giorno nella vita di una comunità di persone. Forse è proprio questa la competenza manageriale che diventerà più preziosa nei prossimi anni.
C’è però un punto sul quale, da uomo che ha trascorso quarant’anni nelle organizzazioni, mi sento di aggiungere una riflessione. La Magnifica Humanitas descrive con grande efficacia ciò che il lavoro dovrebbe essere. Un luogo di dignità, di crescita personale, di partecipazione, di responsabilità condivisa. Ma chi lavora nelle imprese sa che le organizzazioni sono anche altro. Sono luoghi nei quali convivono cooperazione e competizione, fiducia e diffidenza, generosità e opportunismo. Ogni organizzazione è imperfetta perché l’essere umano lo è. Il management deve saper declinare i grandi principi in scelte quotidiane. La differenza sta nel modo in cui esercita il potere nei momenti più difficili, quando le scelte giuste non sono così evidenti. Il rischio più grande, infatti, è che noi smettiamo lentamente di sentirci responsabili delle decisioni che continuiamo formalmente a prendere. È una tentazione antica. Ogni burocrazia ha sempre cercato di rifugiarsi dietro il regolamento. Oggi rischiamo semplicemente di sostituire il regolamento con l’algoritmo. Quando un candidato viene escluso da una selezione, un dipendente viene valutato, un lavoratore perde il posto o un giovane riceve un’opportunità: in quei momenti solo l’uomo si deve prendere la responsabilità della scelta. Più cresce il potere di cui disponiamo, maggiore diventa il dovere di rispondere delle conseguenze delle nostre scelte.
C’è una riflessione che, leggendo la Magnifica Humanitas, mi ha accompagnato per diversi giorni. In oltre quarant’anni di lavoro ho visto arrivare innovazioni che, di volta in volta, sembravano destinate a cambiare tutto. Ho assistito alla diffusione del personal computer, di Internet, dell’e-mail, degli smartphone, dei social network, del cloud, del lavoro a distanza. Ogni volta si annunciava una rivoluzione definitiva. Ogni volta si sosteneva che, da quel momento in poi, il modo di lavorare sarebbe stato completamente diverso. Avevano ragione e avevano torto allo stesso tempo. Avevano ragione perché ogni innovazione ha davvero modificato il nostro modo di lavorare. Avevano torto perché nessuna di esse ha modificato ciò che rende un’organizzazione capace di durare nel tempo.
Le aziende continuano a nascere o a fallire per ragioni sorprendentemente simili a quelle di cinquant’anni fa. Continuano ad avere bisogno di persone capaci di costruire fiducia, affrontare i conflitti, assumersi responsabilità e far crescere altre persone. Nessuna tecnologia ha mai sostituito queste qualità. Semmai le ha rese ancora più importanti. Per questo guardo con un certo scetticismo a chi descrive l’intelligenza artificiale come una frattura assoluta con il passato. È certamente una discontinuità tecnologica. Probabilmente la più importante della nostra generazione. Ma non credo che cambierà la natura del lavoro quanto cambierà il modo di svolgerlo. Il lavoro, prima di essere produzione, è sempre stato una relazione. È il luogo nel quale persone diverse cercano di raggiungere un risultato che nessuna di loro potrebbe ottenere da sola. L’intelligenza artificiale potrà aiutarci a prendere decisioni migliori. Potrà ridurre gli errori, aumentare la produttività, liberarci da attività ripetitive e restituirci tempo. Sarebbe sciocco non approfittarne. Ma nessun algoritmo potrà sostituire la fatica del decidere quando tutte le alternative hanno un costo. Nessuna macchina potrà assumersi il peso morale di una scelta difficile. Forse è proprio questo il paradosso della rivoluzione che stiamo vivendo. Più le macchine diventeranno intelligenti, più aumenterà il valore della leadership, del senso critico e della capacità di esercitare un giudizio prudente e responsabile. Per molti anni abbiamo considerato il capitale finanziario, quello tecnologico o quello informativo come il vero vantaggio competitivo delle organizzazioni.
Il vantaggio competitivo del futuro sarà sempre meno ciò che le imprese possiedono e sempre più il modo in cui le persone sapranno utilizzare ciò che possiedono.
È qui, credo, che la Magnifica Humanitas offre il suo contributo più prezioso. Non ci invita a diffidare della tecnologia. Ci invita a diffidare dell’idea, molto più pericolosa, che la tecnologia possa dispensarci dalla responsabilità di essere uomini.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
