La people scarcity è diventata una variabile strutturale dei mercati del lavoro: non coincide solo con la “mancanza di persone” in senso assoluto, ma anche con l’incapacità dei sistemi economici di convertire in tempi compatibili demografia, istruzione e migrazioni in competenze produttive effettivamente spendibili. Questo è particolarmente critico in un momento in cui digitalizzazione, transizione energetica e riconfigurazione delle catene del valore accorciano i cicli di vita dei mestieri.
Due elementi aiutano a fissare l’ordine di grandezza del fenomeno: nel 2025 il 74% dei datori di lavoro a livello globale dichiara difficoltà nel reperire i talenti necessari (un dato che, pur con differenze metodologiche tra Paesi, segnala una tensione ormai generalizzata), e la scarsità di competenze è indicata come la principale barriera alla trasformazione per le imprese intervistate nel Future of Jobs Report 2025. In parallelo, le stesse analisi stimano che nel periodo 2025-2030 circa il 39% delle skill attualmente utilizzate sarà trasformato o diventerà obsoleto. Anche quando l’occupazione complessiva cresce, come nel caso italiano, la domanda “effettiva” di nuove competenze cresce molto più in fretta della capacità di rifornimento dei pipeline formativi.
In Europa l’offerta formativa inizia a reagire, ma con inerzie ancora troppo grandi: Eurostat mostra che nell’UE il numero di laureati terziari in ambiti STEM (scienze, matematica, informatica, ingegneria, manifattura e costruzioni) è salito da 18,5 per 1.000 residenti 20-29enni nel 2014 a 22,4 nel 2023. È in questo contesto che l’Italia appare esposta su entrambi i lati, quantità e composizione. Sul piano della “massa critica” di capitale umano terziario, un rapporto Istat (basato su elaborazioni su dati MUR) segnala che nel 2020 i laureati terziari complessivi erano 74,6 per 1.000 nella popolazione 20-29 anni, a fronte di 84 per 1.000 nell’UE27. Volendo considerare solo gli ambiti STEM, nello stesso anno la quota era pari a 19,6 per 1.000 tra gli uomini e 13,2 per 1.000 tra le donne, entrambe sotto la media europea.
È interessante la comparazione tra Paesi per ciò che riguarda i laureati STEM. In Italia nel 2025 solo il 21% dei laureati di primo livello sono STEM. In ambito OCSE la media è del 26%. Il lato domanda, però, è quello che rende la people scarcity immediatamente operativa per le imprese: in Italia il Ministero del Lavoro Viste le tendenze, si stima una carenza cronica di laureati STEM fino al 2030 tra 79 e 87 mila unità: per l’area ingegneristica (esclusa ingegneria civile e architettura) mancherebbero tra i 7 e i 10.000 laureati all’anno, senza considerare quelli che emigreranno. Per l’Italia la conseguenza è uno scenario di “doppia scarsità”: quantitativa (pipeline limitati e demografia sfavorevole) e qualitativa (domanda che si sposta verso skill ad alta intensità digitale e ingegneristica). La people scarcity STEM in Italia non è più un elemento episodico ma un vero e proprio handicap che, se non affrontato, si tradurrà inevitabilmente in ritardi di adozione tecnologica, compressione dei piani di crescita e intensificazione della competizione salariale e migratoria.
Per completare il quadro è bene ricordare come nei prossimi 5 anni si stima che la Cina laureerà circa 3,57 milioni di laureati STEM e l’India 2,55 milioni, contro circa 820 mila negli Stati Uniti. La UE sta aumentando la quota annua di laureati STEM ma questi non copriranno neanche le richieste degli altri Paesi europei. Le nostre imprese saranno costrette a scelte radicali. Una possibilità sarà arretrare lungo la catena del valore, rinunciando alle attività a maggiore intensità tecnologica e rifugiandosi in segmenti meno esposti alla competizione globale. Un’altra sarà accettare una crescente dipendenza dall’estero per competenze critiche, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche. La terza, e più complessa, richiederà una ridefinizione profonda delle politiche migratorie, incrementando in modo significativo l’immigrazione regolare qualificata.
La vera questione strategica, dunque, non è se esista o meno una people scarcity, ma chi sarà in grado di governarla prima che diventi un invalicabile freno strutturale allo sviluppo.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
