Esame di maturità. Il presidente di commissione chiede:
— Lei sa cos’è l’ansia?
Lo studente:
— Sì, presidente.
— Me la definisca.
— È quella sensazione che si prova quando uno che sa la risposta continua a fare domande.
La maturità è probabilmente l’unico esame al mondo nel quale migliaia di studenti trascorrono settimane pregando che vengano poste domande su ciò che hanno studiato nelle ultime ventiquattro ore. Eppure, mentre scrivo queste righe, in molte famiglie italiane si respira ancora un clima di forte tensione. Genitori, nonni e parenti rivivono attraverso i figli un’esperienza che per la loro generazione rappresentava un autentico spartiacque tra l’adolescenza e l’età adulta.
La realtà, tuttavia, è profondamente cambiata. Negli ultimi anni la percentuale dei bocciati all’esame di maturità si è attestata intorno allo 0,2 – 0,3 per cento. Vent’anni fa superava il 20 per cento. Oggi quasi tutti gli studenti ammessi conseguono il diploma e l’esame ha progressivamente perso sia la propria funzione selettiva sia il proprio valore simbolico.
La maturità continua a vivere soprattutto nella memoria degli adulti. Essi ricordano ciò che l’ esame ha rappresentato per la loro generazione, ma spesso non colgono ciò che esso è diventato per i ragazzi che lo stanno sostenendo oggi. Per molti studenti si tratta di un passaggio scolastico importante, certamente, ma raramente di un evento capace di determinare il futuro personale o professionale.
Il confronto con altre realtà aiuta a comprendere meglio quanto sia cambiata la situazione italiana. All’inizio di giugno, in Cina, quasi tredici milioni di studenti hanno sostenuto il Gaokao, il severissimo esame nazionale che determina l’accesso all’università. Per milioni di famiglie il risultato di quella prova può influenzare in maniera decisiva le opportunità future dei figli. La preparazione richiede spesso anni di studio intensissimo, con giornate che possono superare le dieci ore tra lezioni ed esercitazioni. Anche chi intende intraprendere studi umanistici deve affrontare prove di matematica di elevata complessità, perché il sistema cinese considera alcune competenze patrimonio comune di tutti gli studenti.
Naturalmente nessuno auspica l’importazione di modelli educativi profondamente diversi dal nostro. Il punto non è rimpiangere una scuola più severa o celebrare sistemi ipercompetitivi. Tuttavia, il confronto evidenzia come in altri Paesi l’esame finale mantenga ancora il significato di un autentico rito di passaggio collettivo, un ponte tra l’adolescenza e l’età adulta, capace di coinvolgere studenti, famiglie e intere comunità. In Italia la maturità sopravvive invece soprattutto come memoria generazionale.
La questione, però, non riguarda soltanto la scuola secondaria. Riguarda il rapporto stesso che il nostro sistema formativo intrattiene con la fatica dello studio e con il valore dell’approfondimento. Un’indagine dell’Associazione Italiana Editori ha evidenziato come oltre il 40 per cento degli studenti universitari non utilizzi libri di testo per preparare gli esami, preferendo slide, appunti, dispense e materiali digitali sintetici.
Il problema non è naturalmente il passaggio dalla carta allo schermo. Il digitale rappresenta una straordinaria opportunità. Ciò che colpisce è la progressiva marginalizzazione del libro come strumento di studio. Un libro non è soltanto un contenitore di informazioni. È un esercizio di concentrazione, di approfondimento, di costruzione del pensiero. Insegna a seguire un ragionamento lungo, a confrontarsi con la complessità, a cogliere le relazioni tra i fenomeni.
Confesso che questa tendenza mi inquieta. Molti anni fa ho avuto l’onore di sedere nel consiglio di amministrazione della Bocconi. In quegli anni l’ambizione che univa i membri di quel Consiglio di amministrazione era di contribuire a formare una nuova classe dirigente per il Paese: manager, imprenditori, professionisti e amministratori capaci di governare la complessità economica e sociale. Oggi non dispongo di dati sistematici sulla diffusione dei libri di testo in quell’università, ma parlando con chi vive quotidianamente quell’ambiente ho l’impressione che anche lì il libro stia progressivamente perdendo centralità rispetto a materiali più sintetici e immediatamente fruibili.
Può darsi che questa preoccupazione tradisca una mia personale sensibilità generazionale. Chi appartiene a una generazione cresciuta sui manuali di centinaia di pagine rischia inevitabilmente di guardare con diffidenza alle nuove modalità di apprendimento. Ma la domanda resta aperta: è davvero possibile formare dirigenti, professionisti e decisori capaci di affrontare la complessità se il loro percorso di studio si svolge prevalentemente tra slide, riassunti e sintesi?!
Forse, alla fine, il problema non riguarda né il numero dei bocciati né il livello di difficoltà degli esami. Riguarda qualcosa di più profondo. Per secoli la scuola ha rappresentato uno dei principali riti di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta. Gli esami, le prove selettive, il confronto con la fatica e con il giudizio degli altri segnavano simbolicamente il passaggio da una condizione a un’altra.
Oggi questo ruolo sembra progressivamente attenuarsi. La maturità promuove quasi tutti, l’università tende a semplificare i percorsi di apprendimento, il libro perde centralità, gli ostacoli vengono spesso percepiti come ingiustizie da rimuovere piuttosto che come esperienze formative da affrontare. Nessuno auspica il ritorno a una scuola punitiva o inutilmente selettiva. Ma una società che elimina tutti i riti di passaggio corre il rischio di lasciare i giovani in una sorta di adolescenza indefinita, nella quale i diritti arrivano prima delle responsabilità e l’autonomia precede raramente la prova di sé.
I riti di passaggio servono perché aiutano le persone a riconoscere di essere cambiate. Servono a misurarsi con un limite, con una difficoltà, con una sfida da superare. Una società può certamente decidere di abolire i propri riti di passaggio. Deve però essere consapevole che, insieme ai riti, rischia di smarrire anche il significato del diventare adulti.
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
