L’era dell’ottimismo ansioso

 da HR ONLINE

Un paziente dice allo psicologo: ‘Dottore, il mio problema è che penso sempre al peggio’. Lo psicologo annuisce: ‘Capisco. Quanto tempo le resta?’

A questo proposito, segnalo che è da poco uscito il nuovo AI Index Report 2026 dello Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence e, come ormai accade ogni anno, il documento rappresenta uno dei tentativi più completi e autorevoli di misurare lo stato reale dell’intelligenza artificiale nel mondo. Non si tratta infatti di un report promozionale o divulgativo, ma di una vasta ricognizione costruita attraverso dati economici, tecnologici, occupazionali e sociali che consente di comprendere non soltanto quanto rapidamente stia crescendo l’AI, ma anche e soprattutto come stia cambiando il rapporto tra tecnologia, imprese e persone.

Il quadro che emerge è impressionante. L’intelligenza artificiale ha ormai superato la fase sperimentale ed è diventata un’infrastruttura economica globale. Gli investimenti privati hanno raggiunto livelli mai registrati prima, i modelli generativi stanno migliorando a una velocità sorprendente e l’adozione dell’AI nelle imprese cresce con ritmi superiori a quelli che, negli anni Novanta, accompagnarono la diffusione di Internet. Il report evidenzia come i sistemi più avanzati siano ormai in grado di raggiungere o superare le performance umane in diversi compiti cognitivi complessi: coding, problem solving matematico, analisi scientifica, produzione di contenuti e gestione multimodale delle informazioni. Parallelamente, cresce in maniera vertiginosa la richiesta di competenze legate all’AI, all’automazione intelligente e agli agenti autonomi capaci di orchestrare interi processi operativi.

Ma il documento di Stanford contiene anche un messaggio meno celebrativo e molto più rilevante per chi si occupa di organizzazioni e persone. L’aspetto forse più interessante del report non riguarda infatti la tecnologia in sé, quanto piuttosto il modo in cui gli esseri umani stanno reagendo alla sua espansione. E qui emerge un paradosso straordinario. Mentre aumenta la diffusione dell’AI, cresce contemporaneamente sia l’ottimismo sia la paura. Le persone riconoscono sempre di più l’utilità dell’intelligenza artificiale, ne comprendono il potenziale sulla produttività, sulla medicina, sulla ricerca scientifica e sulla semplificazione del lavoro quotidiano. Tuttavia, contemporanemanente, aumenta l’ansia, la diffidenza e il timore di perdere controllo, competenze e identità professionale.

Il dato più sorprendente riguarda gli Stati Uniti, cioè il Paese che più di ogni altro sta investendo nell’intelligenza artificiale e che ospita le principali aziende protagoniste di questa trasformazione. Proprio lì, però, il livello di inquietudine sociale appare tra i più elevati. È un paradosso soltanto apparente. Chi vive più vicino alla rivoluzione tecnologica tende, infatti, a percepirne meglio non soltanto le opportunità, ma anche gli effetti destabilizzanti. Negli Stati Uniti l’AI non è più una promessa astratta: è già una presenza concreta che modifica professioni, ridisegna competenze, automatizza attività cognitive e ridefinisce il valore stesso

del lavoro intellettuale. Per questo cresce una forma di “adozione ansiosa”: le persone utilizzano l’AI, ne riconoscono i benefici, ma contemporaneamente temono di non riuscire a governarne le conseguenze.

Per le funzioni HR questo passaggio è cruciale, perché sposta radicalmente il focus della discussione. Il vero tema non è più l’introduzione della tecnologia, ma la costruzione della fiducia attorno alla tecnologia. Le organizzazioni stanno investendo enormemente in piattaforme, automazione e strumenti generativi, ma molto meno nella sicurezza psicologica delle persone che dovranno convivere con questi strumenti. Eppure, il report Stanford suggerisce con chiarezza che il rischio principale non è solo tecnologico: è anche emotivo, culturale e organizzativo.

Quando i lavoratori percepiscono che il cambiamento è inevitabile, ma non comprendono quale sarà il proprio posto nel nuovo equilibrio, emergono ansia, resistenza passiva e sfiducia verso il management. Le persone non chiedono soltanto formazione tecnica o reskilling. Chiedono soprattutto rassicurazione organizzativa. Vogliono avere risposte a domande cruciali. L’AI servirà ad aumentare il valore dei lavoratori oppure determinerà la loro sostituibilità? Gli algoritmi saranno trasparenti? L’esperienza continuerà a contare? Le imprese accompagneranno davvero la transizione oppure si limiteranno a rincorrere la produttività di breve periodo? Queste sono tutte domande a cui sarà necessario dare risposte chiare e non evasive, almeno nei limiti del possibile.

In questo senso, il report di Stanford lancia un messaggio molto netto alle direzioni HR. La trasformazione dell’intelligenza artificiale non sarà governata soltanto dalla qualità degli algoritmi, ma anche dalla capacità delle organizzazioni di mantenere un clima di fiducia durante una fase di cambiamento senza precedenti. E forse la vera sfida dei prossimi anni non sarà limitata ad insegnare alle persone a usare l’AI, ma sarà necessario investire grande attenzione affinché le persone non si possano sentire sostituibili di fronte all’AI stessa.

 

 

 

Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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