In quasi tutti i paesi industrializzati avanzati la laurea garantisce un forte vantaggio salariale. In Italia il quadro è più ambiguo. Il titolo universitario continua a rappresentare un investimento economicamente vantaggioso, ma il differenziale rispetto i diplomati appare più contenuto rispetto alle principali economie occidentali e soprattutto emerge più tardi nel corso della carriera. Il risultato è un paradosso tipicamente italiano: la laurea conviene, ma non quanto altrove e raramente nel breve periodo.
Il contesto retributivo generale aiuta a comprendere meglio il fenomeno. Le stime più recenti collocano lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti in Italia tra 29.000 e 32.000 euro lordi annui, pari a circa 1.650-1.750 euro netti mensili. Alcune rilevazioni più ampie indicano valori anche superiori, fino a circa 37.000 euro lordi annui, a conferma di una forte eterogeneità legata a ruolo, settore e territorio. In un sistema caratterizzato da livelli salariali relativamente compressi e da una crescita reale modesta dei redditi, anche il rendimento economico dell’istruzione superiore tende inevitabilmente a ridursi.
Secondo l’ultima edizione di Education at a Glance dell’OECD, il premio salariale associato all’istruzione terziaria in Italia è pari a circa il 33% rispetto ai diplomati, una delle percentuali più basse tra le economie avanzate. Nella media OCSE il differenziale supera il 50%, mentre negli Stati Uniti può arrivare a circa il 70%. In Francia si colloca intorno al 45% e in Germania supera il 50%. Il confronto internazionale evidenzia quindi una peculiarità del mercato del lavoro italiano: la laurea genera un vantaggio economico reale, ma più contenuto rispetto alle altre economie avanzate.
Il divario retributivo è ancora più limitato nelle fasi iniziali della carriera. Le rilevazioni del consorzio AlmaLaurea indicano che a un anno dal titolo i laureati percepiscono mediamente circa 1.490 euro netti al mese, mentre le analisi sulle grandi imprese collocano la retribuzione d’ingresso dei neolaureati tra 30.000 e 31.000 euro lordi annui. Tuttavia, già all’ingresso emergono differenze tra i diversi percorsi: i laureati in ingegneria e discipline informatiche partono frequentemente con retribuzioni prossime o superiori a 1.500-1.600 euro netti mensili, mentre nelle aree umanistiche e sociali gli stipendi iniziali si collocano più spesso tra 1.250 e 1.350 euro netti.
Per questa ragione, nei primi anni di lavoro la differenza economica tra laureati e diplomati può risultare contenuta. Nel confronto tra laureati e diplomati, il vero differenziale economico non emerge tanto nelle fasi iniziali della carriera quanto nel lungo periodo. Nei primi anni di lavoro il vantaggio retributivo dei laureati si colloca mediamente intorno al 20-25%, un differenziale significativo ma non ancora decisivo. È con il passare del tempo che il divario tende ad ampliarsi: nella fase centrale della carriera può superare il 35-40%, fino a raggiungere e talvolta oltrepassare il 50% nella seconda parte della vita lavorativa.
Questo andamento riflette una dinamica tipicamente italiana: il rendimento della laurea non è assente, ma progressivamente differito. Il titolo universitario consente infatti un accesso più ampio a ruoli qualificati, percorsi manageriali e settori a maggiore produttività, i cui effetti retributivi si manifestano in modo cumulativo nel tempo piuttosto che nell’immediato ingresso nel mercato del lavoro. In molti casi, inoltre, più che la laurea può pesare la specializzazione professionale. Nei distretti manifatturieri del Nord, ad esempio, i tecnici diplomati con competenze specialistiche entrano talvolta nel mercato del lavoro con retribuzioni comparabili o persino superiori a quelle di laureati impiegati nei servizi a più bassa produttività. Non è raro che un diplomato tecnico inserito in ambito industriale guadagni inizialmente più di un laureato proveniente da percorsi universitari poco professionalizzanti.
Il rendimento economico della laurea emerge invece nel medio periodo, anche se si riscontrano molte differenze tra le diverse lauree. A cinque anni dalla laurea, i laureati in ingegneria raggiungono in media retribuzioni comprese tra 1.900 e 2.000 euro netti mensili, seguiti da quelli dell’area informatica e ICT con circa 1.850-1.950 euro, mentre i laureati in economia si collocano tra 1.750 e 1.850 euro e quelli dell’area medico-sanitaria tra 1.700 e 1.800 euro. Si tratta di ambiti caratterizzati da una forte domanda da parte delle imprese, da una relativa scarsità di competenze tecniche sul mercato e da una maggiore presenza di settori ad alta produttività.
Accanto a questi percorsi si collocano lauree con rendimenti intermedi. Architettura, scienze politiche, psicologia e giurisprudenza presentano livelli retributivi medi compresi tra 1.450 e 1.650 euro netti mensili (a cinque anni dalla laurea). In questi casi pesa in modo rilevante la saturazione dell’offerta: un numero elevato di laureati compete per un insieme relativamente limitato di posizioni qualificate.
Infine, dopo lo stesso periodo di tempo, le discipline umanistiche, della formazione, dei beni culturali e dell’area artistica si collocano stabilmente su livelli più bassi, con retribuzioni che oscillano tra 1.300 e 1.450 euro netti mensili. In questi ambiti l’inserimento professionale avviene spesso in settori a bassa produttività o ad alta frammentazione occupazionale, con conseguenti effetti sulle dinamiche salariali.
Il risultato è che in Italia la differenza economica tra diverse lauree può risultare, in alcuni casi, più ampia della differenza tra laureati e diplomati. Non è quindi il titolo universitario in sé a determinare il rendimento dell’investimento formativo, ma soprattutto il settore produttivo e il tipo di competenze richieste dal mercato. In molti contesti aziendali, la differenza si vede già al primo colloquio: non tra chi ha studiato di più, ma tra chi sa fare qualcosa che serve subito e chi no. In Italia non è il titolo di studio a determinare il valore economico del lavoro, ma il contesto produttivo in cui quel titolo viene utilizzato. E la sua immediata utilizzabilità.
Il sistema italiano presenta inoltre un ulteriore paradosso strutturale. Nonostante le richieste aziendali, il paese continua a registrare una delle quote di laureati più basse dell’Unione Europea. Secondo il Education and Training Monitor della European Commission, nel 2025 solo il 31,6% dei giovani tra 25 e 34 anni possiede un titolo universitario, contro una media europea superiore al 40%.
Il paradosso del mercato del lavoro italiano emerge con ancora maggiore evidenza se si osservano i dati occupazionali. In termini aggregati, la laurea continua a garantire un vantaggio molto significativo: il tasso di disoccupazione dei laureati si colloca intorno al 3,2%, contro il 5,3% dei diplomati e oltre il 9% per chi ha titoli più bassi. Inoltre, il tasso di occupazione dei laureati supera l’84%, confermando un differenziale positivo rispetto agli altri livelli di istruzione.
Tuttavia, questi dati medi nascondono forti differenze temporali e disciplinari. La probabilità di disoccupazione varia in modo significativo tra i diversi percorsi: le lauree tecnico-scientifiche presentano livelli di disoccupazione molto bassi già nei primi anni, mentre nelle discipline umanistiche, sociali e giuridiche la transizione al lavoro è più lenta e incerta. In altri termini, più che “la laurea”, è il tipo di laurea a determinare il rischio occupazionale.
Il quadro diventa ancora più complesso se si guarda alla dinamica generazionale. Nel 2025-2026 il tasso di disoccupazione complessivo in Italia si colloca intorno al 5-6%, mentre quello giovanile rimane stabilmente molto più elevato, tra il 18% e il 20%. A questo si aggiunge un dato spesso trascurato: il tasso di inattività tra i giovani supera il 33%, segnalando una quota rilevante di popolazione che non lavora e non cerca lavoro. Il problema, quindi, non è solo la disoccupazione, ma una più ampia difficoltà di integrazione nel mercato del lavoro.
È in questo contesto che si colloca il paradosso italiano: le imprese dichiarano una crescente difficoltà a reperire competenze qualificate, mentre una quota non trascurabile di giovani, anche laureati, fatica a trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso di studi. Le analisi più recenti confermano la persistenza di un forte mismatch professionale. Abbiamo pochi laureati STEM rispetto le necessità del sistema economico e troppi laureati in discipline non professionalizzanti. Alla base manca un sistema di orientamento efficace e un forte collegamento tra imprese e sistema formativo pubblico.
Ma il mismatch non è solo di natura formativa. Sempre più frequentemente assume la forma di un disallineamento tra aspettative individuali e condizioni offerte dalle organizzazioni. Negli ultimi anni si è progressivamente indebolito quello che la letteratura organizzativa definiva “patto psicologico” tra individuo e impresa: stabilità, crescita interna e progressione lineare della carriera non rappresentano più elementi garantiti né attesi. I giovani, in particolare quelli più qualificati, mostrano livelli di mobilità molto elevati e una minore disponibilità ad accettare lavori non coerenti con le proprie aspettative.
Dal lato delle imprese, tuttavia, questo cambiamento non si è tradotto in un analogo ripensamento delle politiche di gestione del capitale umano. In molti casi persiste una limitata propensione a investire in formazione, sviluppo e valorizzazione delle competenze, con una preferenza per profili già pronti all’uso. I mercati sono molto volatili e le imprese fanno fatica a fare piani di lungo periodo. Ne consegue che cercano profili professionali già formati e sono poco propense a investimenti di lungo periodo in formazione. Il risultato è un equilibrio instabile: le imprese cercano competenze che faticano a trovare, mentre i giovani qualificati trovano opportunità che non sempre considerano adeguate. Il paradosso, quindi, non è semplicemente quantitativo – più o meno laureati – ma la tipologia di questi laureati e il grado di professionalità con cui i giovani si presentano sul mercato del lavoro.
Oggi il valore della laurea non si misura quindi tanto nello stipendio di ingresso quanto nella possibilità di accedere a traiettorie professionali che diventano progressivamente più vantaggiose nel corso della carriera. In questo quadro, la laurea continua a rappresentare un investimento che, nel tempo, può generare un vantaggio reale. Questo vantaggio, però, non è né automatico né immediato: dipende sempre più dal tipo di competenze acquisite, dal settore in cui vengono impiegate e dalla capacità del sistema produttivo di valorizzarle. È qui che si gioca la vera partita. Se il mercato del lavoro non evolve verso modelli in grado di assorbire e sviluppare capitale umano qualificato, il rischio è che il paradosso italiano si rafforzi ulteriormente: da un lato le imprese non trovano le competenze di cui hanno bisogno, dall’altro i giovani sono sempre più incerti sul valore concreto del proprio investimento formativo.Inizio modulo
Fine modulo
Paolo Iacci, Presidente ECA, Università Statale di Milano
